TERRORISMO, DAMBRUOSO: INTERVENIRE SULLA RADICALIZZAZIONE

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Martedì, Aprile 16, 2019 - 18:30

Uno sguardo a 360 gradi sul terrorismo. Un'ampia trattazione che fa poi luce sul fenomeno dei cosiddetti "foreign fighters". Un'analisi, infine, sulle normative vigenti nel campo e su quanto ci sia ancora da fare per arginare il problema. Questo e molto altro nel libro "Jihad - La risposta italiana al terrorismo: le sanzioni e le inchieste giudiziarie" (Dike Giuridica Editrice - collana "Punti di Vista") di Stefano Dambruoso. Il noto magistrato ha presentato il volume al Circolo Canottieri Roma, alla presenza di Anna Maria Cancellieri, già ministro dell'Interno e della Giustizia; Sebastiano Ardita, componente togato del Consiglio Superiore della Magistratura; e Riccardo Turrini Vita, direttore generale della formazione - Ministero della Giustizia. Moderatore il vicepresidente del club ospitante, Stefano Brusadelli. Presenti tra il pubblico anche il presidente dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali Antonello Soro e Alessandro Pansa, ex direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza - DIS.

Tutti concordi nell'affermare che tanto sia stato fatto, ma anche che bisogna leggere con attenzione i continui mutamenti del problema di pari passo con i cambiamenti sociali, economici e politici. "La sconfitta militare dell'Isis - ha esordito difatti Dambruoso - comporta anche l'aumento di soggetti radicalizzati che possano portare problemi alla nostra sicurezza. Bisogna intervenire in rete, sui social network, ma poi anche all'interno dei penitenziari, agendo sul recupero dei detenuti. Intervenendo cioè nel cosiddetto progetto di deradicalizzazione". 

Importante è il lavoro delle forze dell'ordine, "ma non basta l'attività di monitoraggio sui foreign fighters, il cui numero resta comunque piuttosto contenuto. Ma il fatto che un singolo, incontrollabile, decida di andare per strada per uccidere è un rischio con cui bisogna confrontarsi". Si avverte dunque la necessità di aumentare la prevenzione: "Dal 2015, l'Italia ha adeguato la propria normativa interna rispetto a questa nuova forma di terrorismo che ci troviamo oggi a combattere. Sono state introdotte norme talmente repressive che riescono ad anticipare l'insorgere di qualsiasi problema. Accanto a queste, però, ci devono essere interventi che evitino la radicalizzazione. Questi erano previsti, come era previsto che si intervenisse in vari settori: scuole, carceri e web. Ma, anche a causa di una miopia legislativa, questo percorso non è stato completato. Non possiamo aspettare che all''incrocio' ci scappi il morto prima di mettere un 'semaforo rosso' che possa evitare incidenti". 

Dambruoso, inserito nel 2003 dalla rivista "Time" nella lista degli "eroi moderni" per il suo impegno nelle indagini sulla rete di Al Qaida, pone comunque l'accento anche sui mezzi di informazione. "Occorre essere attenti anche su come viene narrato un singolo episodio. Mediatizzare l'atto terroristico è molto pericoloso per il futuro".

Ministro dell'Interno dal 2011 al 2013, della Giustizia tra il 2013 e il 2014, Annamaria Cancellieri è apparsa soddisfatta dell'operato dei suoi dicasteri ai tempi. "Ha funzionato molto bene la prevenzione - ha detto - Siamo riusciti a individuare i soggetti pericolosi perché il sistema di intelligence è stato efficace e l'attenzione è stata fortissima a tutti i livelli". Senza dimenticare "l'eccellente collaborazione con le forze investigative straniere. Soprattutto con i preparatissimi statunitensi e israeliani. La rete d'attenzione funziona molto bene, abbiamo scambi di informazioni continue e a volte siamo stati noi portatori di informazioni. E non abbiamo mai notato fratture né falle". Su questo tema è intervenuto anche il prefetto Pansa, che ha ricordato: "Ci chiesero la creazione di un sistema investigativo europeo quando in realtà questo esisteva già proprio per via di quell'ottima collaborazione". 

"Le norme ci sono - ha concluso Cancellieri - ma mai abbassare la guardia. Bisogna essere rigidi. Il Parlamento ha fatto cose eccellenti, ma si devono garantire strumenti di operatività e competenze alle forze dell'ordine sul territorio".

Turrini Vita ha analizzato la composizione del tessuto sociale: "Non ravviso una questione di cittadinanza. In Italia non abbiamo ancora un numero elevato di cittadini di religione islamica né molti islamici di seconda o terza generazione come in Francia o in Belgio. E chi si converte, da noi, è per lo più sufista. Se, tra questi ultimi, c'è chi non si riconosce come membro di questa nazione vivrà quella situazione di dissenso da cui può nascere la radicalizzazione". Quanto al tema della radicalizzazione in carcere, Turrini Vita ha informato che "10.000 detenuti su una popolazione carceraria complessiva di 60.000 sono di fede islamica".

"Troppo semplice dire semplicemente che nelle carceri si possa fare proselitismo - il commento di Ardita - La linea conduttrice del volume di Dambruoso dice che il fenomeno terrorismo è mutato. Da qualcosa di frammentario siamo arrivati a un organismo strutturato e rispondente a esigenze di carattere sociale. Il nostro è ora un contesto multifattoriale: non vi è soltanto un disagio economico o psichico alla base dei potenziali terroristi, bensì un disagio sociale diffuso, come quello degli anni '60 e '70 che produsse il terrorismo da noi. E ci sono strumenti che abbiamo utilizzato nella lotta al terrorismo e nella lotta alla mafia che possiamo mutuare per questa battaglia".

Dunque la società un contesto multiforme e difficile in cui anche la deradicalizzazione appare difficile. "Non riesco a vedere modalità comuni per tutti - ha concluso Ardita - Bisognerà sempre considerare soggetto per soggetto".

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